Il Vangelo in tasca

Mercoledi 17 marzo 2021

San Vincenzo Ferreri è stato un predicatore straordinario. Niente di strano che lo chiamassero da tante città perché offrisse i suoi preziosi sermoni. In una occasione un nobile lo invitò a predicare. Vincenzo si preparò con tutte le sue risorse di arte oratoria, con la miglior teologia e cercando citazioni di persone e santi famosi.

Il giorno del sermone, Vincenzo Ferrer predicò in modo così brillante, spirituale, profondo e piacevole che gli chiesero il favore di predicare anche il giorno dopo. Vincenzo accettò.

Ma quella notte Vincenzo la passò riflettendo su quello che aveva fatto e si rese conto che nella preparazione della predica e nella predica stessa, aveva cercato la propria vanagloria.

Si inginocchiò e trascorse tutta la notte in preghiera, chiedendo perdono a Dio per il suo peccato.

Il giorno dopo, Vincenzo predicò. Fu meraviglioso. Alla fine, il nobile gli disse: “Vincenzo, ieri sei stato bravissimo, ma oggi sei stato insuperabile, fantastico, molto meglio di ieri”

Vincenzo rispose: “Il fatto è che ieri predicò Vincenzo, oggi predicò Gesù”.

Il Vangelo in tasca non è per cercare una moda nuova o per farci vedere speciali, ma perché Gesù sia in noi.

Paolo gridava:” Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me”. Gal 2,20

Paolo annunciava il Vangelo “affinché Cristo sia formato in voi” Gal 4,19

Il Vangelo in tasca è per crescere e vivere l’amicizia con Gesù. San Girolamo diceva che “l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”.

Sebastiana è una delegata della Parola della comunità di Bocachica in Colombia dove ho lavorato. Insieme a Eustasia e Anita accompagnavano la comunità nel cammino di fede, riunivano una volta alla settimana la comunità per la celebrazione della Parola, seguivano la catechesi, preparavano i genitori che chiedevano di battezzare i figli, facevano i funerali quando non riuscivo ad arrivare in tempo…Sebastiana una donna umile e gioiosa, ma volevo che fosse più protagonista nella celebrazione della eucaristia, per esempio, leggendo una delle letture. Mi diceva che non se la sentiva di leggere in pubblico. Riuscì a convincerla, le dì la lettura perché la preparasse. Quando si celebrò la eucaristia, Sebastiana con calma ma con una buona dizione riuscì a leggere bene la lettura. Alla fine della celebrazione gli feci i complimenti e gli dissi: “Ti sei preparata bene per leggere la Parola di Dio!”. Sebastiana con molto semplicità mi rispose: “Sì, ho cercato di prepararmi per leggere la Parola di Dio, ho cercato di fare digiuno e pregare, perché non è facile proclamare la Parola di Dio”.

È come se avessi ricevuto uno schiaffo, io parlavo di preparazione, di tecnica di lettura, di espressività e lei mi diceva sull’importanza di prestare la propria voce al Signore…

La familiarità con la Parola comporta sempre una intimità con Dio, scoprendoci amati, chiamati e inviati.

Se volessimo riscoprire questo primato della Parola che Papa Francesco ricorda in modo speciale ai sacerdoti e a tutto il Popolo di Dio, dovremmo partire dal Vaticano II. A mio parere 4 sono le grandi rivoluzioni nel Vaticano II:

La prima è proprio la centralità della Parola di Dio nella vita della Chiesa e l’invito a conoscerla, a pregarla e a viverla. La Costituzione Dei Verbum è la pietra miliare, e ci farebbe bene meditarla di nuovo. Nel 2008, dal 5 al 26 ottobre si svolge la Assemblea Generale Ordinaria (sinodo) sulla “Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”, a cui seguirà l’Esortazione Apostolica postsinodale, “Verbum Domini”. La seconda la riscoperta della Chiesa come popolo di Dio chiamato alla santità. La terza è ricordare ad ogni battezzato la sua vocazione missionaria, La quarta la affermazione che le gioie, le sofferenze, le speranze, le afflizioni del mondo lo sono anche della Chiesa. Una Chiesa che condivide la vita di ogni uomo e di tutto il mondo.

Ascoltiamo un discorso del Papa Francesco:

Servitori della Parola (Discorso del 5 ottobre 2017)

Siamo servitori della Parola di salvezza che non torna al Signore a vuoto. Lasciarsi quindi “ferire” dalla Parola è indispensabile per esprimere con la bocca ciò che dal cuore sovrabbonda. La Parola di Dio, infatti, «penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12).

Siamo servitori della Parola di vita eterna, e crediamo che non solo di pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (cfr. Mt 4,4). Quindi, con l’aiuto dello Spirito Santo, dobbiamo nutrirci alla mensa della Parola tramite la lettura, l’ascolto, lo studio e la testimonianza di vita. Noi dedichiamo tempo a coloro che amiamo, e qui si tratta di amare Dio, che ci ha voluto parlare e ci offre parole di vita eterna.

Siamo servitori della Parola di riconciliazione, anche tra cristiani, e desideriamo con tutto il cuore che «la parola del Signore corra e sia glorificata» (2Ts 3,1). È giusto quindi aspettarci un nuovo impulso

alla vita spirituale dall’accresciuta venerazione per la Parola di Dio.

Siamo servitori della Parola che è “uscita” da Dio e «si è fatta carne» (Gv 1,14). È vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura (Evangelii gaudium, 23). E lo facciamo in obbedienza al mandato missionario del Signore e con la certezza della sua presenza in mezzo a noi fino alla fine del mondo (cfr. Mt 28,20).

Siamo servitori della Parola di verità (cfr. Gv 8,32). Siamo convinti che «l’unità voluta da Dio può realizzarsi soltanto nella comune adesione all’integrità del contenuto della fede rivelata. In materia di fede, il compromesso è in contraddizione con Dio che è Verità. Nel Corpo di Cristo, il quale è “via, verità e vita” (Gv 14,6), chi potrebbe ritenere legittima una riconciliazione attuata a prezzo della verità?» (Ut unum sint,18).

Siamo servitori della Parola di Dio potente che illumina, protegge e difende, guarisce e libera. «La parola di Dio non è incatenata!» (2Tm 2,9). Per essa molti dei nostri fratelli e sorelle sono in prigione e molti di più hanno versato il loro sangue come testimonianza della loro fede in Gesù Signore. Camminiamo insieme affinché la parola si diffonda (cfr. At 6,7).

Preghiamo insieme perché «sia fatta la volontà del Padre» Mt 6,10.

Lavoriamo insieme affinché si compia in noi “ciò che il Signore ha detto” (cfr. Lc 1,38).

Nella Enciclica Evangelii Gaudium non appare l’espressione “Vangelo in tasca”, ma in molte occasioni, soprattutto durante l’Angelus domenicale, il Papa non solo ha invitato a portare con sé un vangelo, in tasca ma ha anche donato ai presenti il Vangelo.

Nell’enciclica affronta il tema della predicazione, chissà perché sia un tema estremamente delicato e soprattutto perché molte volte la Santa Messa è l’unico luogo, per il cristiano, dove si proclama e si ascolta la Parola di Dio, quindi una parte della enciclica è rivolta soprattutto ai preti.

 

Consideriamo ora la predicazione all’interno della liturgia, che richiede una seria valutazione da parte dei Pastori. Mi soffermerò particolarmente, e persino con una certa meticolosità, sull’omelia e la sua preparazione, perché molti sono i reclami in relazione a questo importante ministero e non possiamo chiudere le orecchie. L’omelia è la pietra di paragone per valutare la vicinanza e la capacità d’incontro di un Pastore con il suo popolo. Di fatto, sappiamo che i fedeli le danno molta importanza; ed essi, come gli stessi ministri ordinati, molte volte soffrono, gli uni ad ascoltare e gli altri a predicare. È triste che sia così. L’omelia può essere realmente un’intensa e felice esperienza dello Spirito, un confortante incontro con la Parola, una fonte costante di rinnovamento e di crescita. EG 135.

Occorre ora ricordare che «la proclamazione liturgica della Parola di Dio, soprattutto nel contesto dell’assemblea eucaristica, non è tanto un momento di meditazione e di catechesi, ma è il dialogo di Dio col suo popolo, dialogo in cui vengono proclamate le meraviglie della salvezza e continuamente riproposte le esigenze dell’Alleanza». EG 137.

 

Il dialogo tra Dio e il suo popolo rafforza ulteriormente l’alleanza tra di loro e rinsalda il vincolo della carità. Durante il tempo dell’omelia, i cuori dei credenti fanno silenzio e lasciano che parli Lui. Il Signore e il suo popolo si parlano in mille modi direttamente, senza intermediari. Tuttavia, nell’omelia, vogliono che qualcuno faccia da strumento ed esprima i sentimenti, in modo tale che in seguito ciascuno possa scegliere come continuare la conversazione. La parola è essenzialmente mediatrice e richiede non solo i due dialoganti ma anche un predicatore che la rappresenti come tale, convinto che «noi non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù » (2 Cor 4,5). EG 143

 

Il predicatore «per primo deve sviluppare una grande familiarità personale con la Parola di Dio: non gli basta conoscere l’aspetto linguistico o esegetico, che pure è necessario; gli occorre accostare la Parola con cuore docile e orante, perché essa penetri a fondo nei suoi pensieri e sentimenti e generi in lui una mentalità nuova». Ci fa bene rinnovare ogni giorno, ogni domenica, il nostro fervore nel preparare l’omelia, e verificare se dentro di noi cresce l’amore per la Parola che predichiamo. EG 149.

 

Chiunque voglia predicare, prima dev’essere disposto a lasciarsi commuovere dalla Parola e a farla diventare carne nella sua esistenza concreta. In questo modo, la predicazione consisterà in quell’attività tanto intensa e feconda che è «comunicare agli altri ciò che uno ha contemplato». EG 150

 

Non ci viene chiesto di essere immacolati, ma piuttosto che siamo sempre in crescita, che viviamo il desiderio profondo di progredire nella via del Vangelo, e non ci lasciamo cadere le braccia. La cosa indispensabile è che il predicatore abbia la certezza che Dio lo ama, che Gesù Cristo lo ha salvato, che il suo amore ha sempre l’ultima parola. Davanti a tanta bellezza, tante volte sentirà che la sua vita non le dà gloria pienamente e desidererà sinceramente rispondere meglio ad un amore così grande. Ma se non si sofferma ad ascoltare la Parola con sincera apertura, se non lascia che tocchi la sua vita, che lo metta in discussione, che lo esorti, che lo smuova, se non dedica un tempo per pregare con la Parola, allora sì sarà un falso profeta, un truffatore o un vuoto ciarlatano. In ogni caso, a partire dal riconoscimento della sua povertà e con il desiderio di impegnarsi maggiormente, potrà sempre donare Gesù Cristo, dicendo come Pietro: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do» (At 3,6). Il Signore vuole utilizzarci come esseri vivi, liberi e creativi, che si lasciano penetrare dalla sua Parola prima di trasmetterla; il suo messaggio deve passare realmente attraverso il predicatore, ma non solo attraverso la ragione, ma prendendo possesso di tutto il suo essere. Lo Spirito Santo, che ha ispirato la Parola, è Colui che «oggi come agli inizi della Chiesa, opera in ogni evangelizzatore che si lasci possedere e condurre da lui, che gli suggerisce le parole che da solo non saprebbe trovare». EG 151

Non credo che colui che si lascia toccare dalla Parola, che si lascia commuovere, che si lascia illuminare e guidare, riesca poi sempre a esprimere ciò che ha pregato. Non sempre si riesce a scaldare i cuori come fa Gesù con i discepoli di Emmaus, ma sono certo che la fede del popolo sa capire e comprendere quando il pastore vive come discepolo seguendo il nostro unico Pastore.

Il Papa da alcune indicazioni pratiche con rispetto all’ascolto della Parola di Dio e parla della “Lectio divina”

La lettura spirituale

Esiste una modalità concreta per ascoltare quello che il Signore vuole dirci nella sua Parola e per lasciarci trasformare dal suo Spirito. È ciò che chiamiamo lectio divina”. Consiste nella lettura della Parola di Dio all’interno di un momento di preghiera per permetterle di illuminarci e rinnovarci. EG 152.

 

Alla presenza di Dio, in una lettura calma del testo, è bene domandare, per esempio: «Signore, che cosa dice a me questo testo? Che cosa vuoi cambiare della mia vita con questo messaggio? Che cosa mi dà fastidio in questo testo? Perché questo non mi interessa?», oppure: «Che cosa mi piace, che cosa mi stimola in questa Parola? Che cosa mi attrae? Perché mi attrae?». Quando si cerca di ascoltare il Signore è normale avere tentazioni. Una di esse è semplicemente sentirsi infastidito o oppresso, e chiudersi; altra tentazione molto comune è iniziare a pensare quello che il testo dice agli altri, per evitare di applicarlo alla propria vita. Accade anche che uno inizia a cercare scuse che gli permettano di annacquare il messaggio specifico di un testo. Altre volte riteniamo che Dio esiga da noi una decisione troppo grande, che non siamo ancora in condizione di prendere. Questo porta molte persone a perdere la gioia dell’incontro con la Parola, ma questo vorrebbe dire dimenticare che nessuno è più paziente di Dio Padre, che nessuno comprende e sa aspettare come Lui. Egli invita sempre a fare un passo in più, ma non esige una risposta completa se ancora non abbiamo percorso il cammino che la rende possibile. Semplicemente desidera che guardiamo con sincerità alla nostra esistenza e la presentiamo senza finzioni ai suoi occhi, che siamo disposti a continuare a crescere, e che domandiamo a Lui ciò che ancora non riusciamo ad ottenere. EG 153.

In ascolto del popolo

Il predicatore deve anche porsi in ascolto del popolo, per scoprire quello che i fedeli hanno bisogno di sentirsi dire. Un predicatore è un contemplativo della Parola ed anche un contemplativo del popolo. In questo modo, egli scopre «le aspirazioni, le ricchezze e i limiti, i modi di pregare, di amare, di considerare la vita e il mondo, che contrassegnano un determinato ambito umano», prestando attenzione al «popolo concreto al quale si rivolge, se non utilizza la sua lingua, i suoi segni e simboli, se non risponde ai problemi da esso posti». EG 154.

 

Diceva già Paolo VI che i fedeli «si attendono molto da questa predicazione, e ne ricavano frutto purché essa sia semplice, chiara, diretta, adatta». La semplicità ha a che vedere con il linguaggio utilizzato. EG 158.

 

Oltre alla liturgia, un altro ambiente per la proclamazione e l’ascolto della Parola è la catechesi, i momenti formativi, l’annuncio del Kerigma…, ma soprattutto la responsabilità, il ministero dell’accompagnamento, dell’ascolto.

 

Un’evangelizzazione per l’approfondimento del kerygma

Il mandato missionario del Signore comprende l’appello alla crescita della fede quando indica: «insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,20). Così appare chiaro che il primo annuncio deve dar luogo anche ad un cammino di formazione e di maturazione. L’evangelizzazione cerca anche la crescita, il che implica prendere molto sul serio ogni persona e il progetto che il Signore ha su di essa. Ciascun essere umano ha sempre di più bisogno di Cristo, e l’evangelizzazione non dovrebbe consentire che qualcuno si accontenti di poco, ma che possa dire pienamente: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). EG 160.

La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa “arte dell’accompagnamento”, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cfr Es 3,5). EG 169

 

Più che mai abbiamo bisogno di uomini e donne che, a partire dalla loro esperienza di accompagnamento, conoscano il modo di procedere, dove spiccano la prudenza, la capacità di comprensione, l’arte di aspettare, la docilità allo Spirito, per proteggere tutti insieme le pecore che si affidano a noi dai lupi che tentano di disgregare il gregge. Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire. La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale. L’ascolto ci aiuta ad individuare il gesto e la parola opportuna che ci smuove dalla tranquilla condizione di spettatori. Solo a partire da questo ascolto rispettoso e capace di compatire si possono trovare le vie per un’autentica crescita, si può risvegliare il desiderio dell’ideale cristiano, l’ansia di rispondere pienamente all’amore di Dio e l’anelito di sviluppare il meglio di quanto Dio ha seminato nella propria vita. EG 171.

 

In una riunione, si chiese a un oratore che declamasse il salmo 23, il salmo del buon pastore. Costui disse: “sono disposto ad una condizione, che dopo di me lo faccia anche il nostro parroco”. Il parroco un poco sorpreso accettò. L’oratore lesse con tanta bellezza il salmo cambiando tono, facendo enfasi in certe parole che alla fine tutti applaudirono con giubilo. Anche il sacerdote si apprestò a leggere il salmo, e seppe leggerlo con la bocca e con il cuore. Alla fine, un silenzio denso di meraviglia invase l’assemblea. Dopo alcuni secondi, che sembravano un’eternità, di nuovo prese la parola l’oratore e disse: “avete visto? Io ho declamato il salmo con la mia arte oratoria, so rispettare le parole, sono padrone delle pause, la respirazione, l’intonazione, conosco le parole, ma il nostro parroco è stato straordinario perché anche se non ha studiato oratoria, lui, è stato così speciale e ci ha emozionato perché conosce il Pastore…

“Lampada per i miei passi è la tua Parola” Sal 118, XIV

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Mercoledì 3 marzo2021

Rileggendo il primo numero della enciclica possiamo evidenziare che la gioia del Vangelo deve essere la caratteristica del credente, di coloro che incontrano il Signore, e liberati dalla tristezza rinascono alla gioia. I fedeli cristiani sono invitati a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni.” EG 1

Il contrario della gioia sono quelle situazioni che provocano una cronica scontentezza, un cuore stanco di lottare, la pigrizia che inaridisce cfr EG 2

Per questo è necessario concentrarsi sull’essenziale: “Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere. Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa.” EG 35

Iniziamo affrontando quelle che possono essere le tentazioni degli operatori pastorali:

Il Papa inizia riconoscendo il bene e la bellezza degli operatori pastorali…

“Sento una gratitudine immensa per l’impegno di tutti coloro che lavorano nella Chiesa. Non voglio soffermarmi ora ad esporre le attività dei diversi operatori pastorali, dai vescovi fino al più umile e nascosto dei servizi ecclesiali. Mi piacerebbe piuttosto riflettere sulle sfide che tutti loro devono affrontare nel contesto dell’attuale cultura globalizzata. Però, devo dire in primo luogo e come dovere di giustizia, che l’apporto della Chiesa nel mondo attuale è enorme. Il nostro dolore e la nostra vergogna per i peccati di alcuni membri della Chiesa, e per i propri, non devono far dimenticare quanti cristiani danno la vita per amore: aiutano tanta gente a curarsi o a morire in pace in precari ospedali, o accompagnano le persone rese schiave da diverse dipendenze nei luoghi più poveri della Terra, o si prodigano nell’educazione di bambini e giovani, o si prendono cura di anziani abbandonati da tutti, o cercano di comunicare valori in ambienti ostili, o si dedicano in molti altri modi, che mostrano l’immenso amore per l’umanità ispiratoci dal Dio fatto uomo. Ringrazio per il bell’esempio che mi danno tanti cristiani che offrono la loro vita e il loro tempo con gioia. Questa testimonianza mi fa tanto bene e mi sostiene nella mia personale aspirazione a superare l’egoismo per spendermi di più.” EG 76

“Ciononostante, come figli di questa epoca, tutti siamo in qualche modo sotto l’influsso della cultura attuale globalizzata, che, pur presentandoci valori e nuove possibilità, può anche limitarci, condizionarci e persino farci ammalare. Riconosco che abbiamo bisogno di creare spazi adatti a motivare e risanare gli operatori pastorali, «luoghi in cui rigenerare la propria fede in Gesù crocifisso e risorto, in cui condividere le proprie domande più profonde e le preoccupazioni del quotidiano, in cui discernere in profondità con criteri evangelici sulla propria esistenza ed esperienza, al fine di orientare al bene e al bello le proprie scelte individuali e sociali». Al tempo stesso, desidero richiamare l’attenzione su alcune tentazioni che specialmente oggi colpiscono gli operatori pastorali.” EG 77

Sì alla sfida di una spiritualità missionaria

“Oggi si può riscontrare in molti operatori pastorali, comprese persone consacrate, una preoccupazione esagerata per gli spazi personali di autonomia e di distensione, che porta a vivere i propri compiti come una mera appendice della vita, come se non facessero parte della propria identità. Nel medesimo tempo, la vita spirituale si confonde con alcuni momenti religiosi che offrono un certo sollievo ma che non alimentano l’incontro con gli altri, l’impegno nel mondo, la passione per l’evangelizzazione. Così, si possono riscontrare in molti operatori di evangelizzazione, sebbene preghino, un’accentuazione dell’individualismo, una crisi d’identità e un calo del fervore. Sono tre mali che si alimentano l’uno con l’altro.” EG 78

No all’accidia egoista

“Quando abbiamo più bisogno di un dinamismo missionario che porti sale e luce al mondo, molti laici temono che qualcuno li inviti a realizzare qualche compito apostolico, e cercano di fuggire da qualsiasi impegno che possa togliere loro il tempo libero. Oggi, per esempio, è diventato molto difficile trovare catechisti preparati per le parrocchie e che perseverino nel loro compito per diversi anni. Ma qualcosa di simile accade con i sacerdoti, che si preoccupano con ossessione del loro tempo personale. Questo si deve frequentemente al fatto che le persone sentono il bisogno imperioso di preservare i loro spazi di autonomia, come se un compito di evangelizzazione fosse un veleno pericoloso invece che una gioiosa risposta all’amore di Dio che ci convoca alla missione e ci rende completi e fecondi. Alcuni fanno resistenza a provare fino in fondo il gusto della missione e rimangono avvolti in un’accidia paralizzante.” EG 81

No al pessimismo sterile

“La gioia del Vangelo è quella che niente e nessuno ci potrà mai togliere (cfr Gv 16,22). I mali del nostro mondo – e quelli della Chiesa – non dovrebbero essere scuse per ridurre il nostro impegno e il nostro fervore. Consideriamoli come sfide per crescere. Inoltre, lo sguardo di fede è capace di riconoscere la luce che sempre lo Spirito Santo diffonde in mezzo all’oscurità, senza dimenticare che «dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia» (Rm 5,20). La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata, e a scoprire il grano che cresce in mezzo della zizzania.” EG 84

Sì alle relazioni nuove generate da Gesù Cristo

“Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio. In questo modo, le maggiori possibilità di comunicazione si tradurranno in maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti. Se potessimo seguire questa strada, sarebbe una cosa tanto buona, tanto risanatrice, tanto liberatrice, tanto generatrice di speranza! Uscire da sé stessi per unirsi agli altri fa bene. Chiudersi in sé stessi significa assaggiare l’amaro veleno dell’immanenza, e l’umanità avrà la peggio in ogni scelta egoistica che facciamo.” EG 87

Lì sta la vera guarigione, dal momento che il modo di relazionarci con gli altri che realmente ci risana invece di farci ammalare, è una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano, che sa sopportare le molestie del vivere insieme aggrappandosi all’amore di Dio, che sa aprire il cuore all’amore divino per cercare la felicità degli altri come la cerca il loro Padre buono. Proprio in questa epoca, e anche là dove sono un «piccolo gregge» (Lc 12,32), i discepoli del Signore sono chiamati a vivere come comunità che sia sale della terra e luce del mondo (cfr Mt 5,13-16). Sono chiamati a dare testimonianza di una appartenenza evangelizzatrice in maniera sempre nuova. Non lasciamoci rubare la comunità!” EG 92

No alla mondanità spirituale

“La mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa, consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale. È quello che il Signore rimproverava ai Farisei: «E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?» (Gv 5,44). Si tratta di un modo sottile di cercare «i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo» (Fil 2,21).” EG 93

No alla guerra tra di noi

All’interno del Popolo di Dio e nelle diverse comunità, quante guerre! Nel quartiere, nel posto di lavoro, quante guerre per invidie e gelosie, anche tra cristiani! La mondanità spirituale porta alcuni cristiani ad essere in guerra con altri cristiani che si frappongono alla loro ricerca di potere, di prestigio, di piacere o di sicurezza economica. Inoltre, alcuni smettono di vivere un’appartenenza cordiale alla Chiesa per alimentare uno spirito di contesa. Più che appartenere alla Chiesa intera, con la sua ricca varietà, appartengono a questo o quel gruppo che si sente differente o speciale.” EG 98

Tutto il Popolo di Dio annuncia il Vangelo

L’evangelizzazione è compito della Chiesa. Ma questo soggetto dell’evangelizzazione è ben più di una istituzione organica e gerarchica, poiché anzitutto è un popolo in cammino verso Dio. Si tratta certamente di un mistero che affonda le sue radici nella Trinità, ma che ha la sua concretezza storica in un popolo pellegrino ed evangelizzatore, che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale.” EG 111

Un popolo dai molti volti

“Questo Popolo di Dio si incarna nei popoli della Terra, ciascuno dei quali ha la propria cultura” EG 115

Se ben intesa, la diversità culturale non minaccia l’unità della Chiesa. È lo Spirito Santo, inviato dal Padre e dal Figlio, che trasforma i nostri cuori e ci rende capaci di entrare nella comunione perfetta della Santissima Trinità, dove ogni cosa trova la sua unità. Egli costruisce la comunione e l’armonia del Popolo di Dio. Lo stesso Spirito Santo è l’armonia, così come è il vincolo d’amore tra il Padre e il Figlio.” EG 117

È lo Spirito Santo che ci unisce non una idea… tifosi del Napoli…. Partito democratico…. Ciò che li unisce è una idea a noi ci unisce una persona, Cristo

Tutti siamo discepoli missionari

“In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare.” EG 119

In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Questa convinzione si trasforma in un appello diretto ad ogni cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione, dal momento che, se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: «Abbiamo incontrato il Messia» (Gv 1,41). La samaritana, non appena terminato il suo dialogo con Gesù, divenne missionaria, e molti samaritani credettero in Gesù «per la parola della donna» (Gv 4,39). Anche san Paolo, a partire dal suo incontro con Gesù Cristo, «subito annunciava che Gesù è il figlio di Dio» (At 9,20). E noi che cosa aspettiamo?” EG 120

Davanti a questa domanda di Papa Francesco vorrei concludere con una storiella

Salvare la tigre o salvare me stesso?

Una volta un tale ottenne di lavorare in un circo. Gli fu affidato il compito di prendersi cura dei due animali più preziosi che il circo avesse: un pony e una tigre. Ma accadde, per disgrazia, che il circo prese fuoco. L’uomo, conscio delle sue responsabilità, si disse: “Devo fare bene il mio lavoro!”. Si lanciò, quindi, tra le fiamme ed estrasse dalla sua stalla, in tutta fretta il pony. Poi tornò indietro per salvare la tigre; ma all’improvviso si rese conto del terribile dilemma in cui si era venuto a trovare: se non avesse estratto la tigre dall’incendio non avrebbe compiuto il suo dovere; se l’avesse messa in salvo, avrebbe corso il rischio di essere sbranato dalla belva… Doveva fare una scelta: o salvare la tigre o salvare sé stesso.

Non ci interessa quello che il nostro amico abbia deciso. Dio voglia si siano salvati entrambi! Ma il dilemma rimane, ed è il dilemma della nostra vita di discepoli missionari: Servire l’altro o servire me stesso; salvare l’altro o cercare la propria salvezza…

Ogni giorno sono chiamato a dare una risposta creativa gioiosa, evangelica alle mille situazioni della vita nella speranza che si configurino a quella di Gesù.

Non abbiate paura della tigre!!

Padre Gianfranco Zintu – Missionario della Consolata

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CATECHESI ANNO 2020 – 2021

 

LUNEDI’

anno

catechista

orario

aula

6° anno

TONIA USAI

16,30 – 17,30

Lorenzo Perosi

6° anno

ANNANGELA FLORIS

16,30 – 17,30

Lorenzo Perosi

 

MARTEDI’

anno

catechista

orario

aula

6° anno

TONIA USAI

16,30 – 17,30

Lorenzo Perosi

6° anno

ANNANGELA FLORIS

16,30 – 17,30

Lorenzo Perosi

5° anno

ANNA PAOLA CASULA

15,30 – 16,30

Studio Perosi

6° anno

BARBARA PICCINNU

15,30 – 16,30

Casa

 

MERCOLEDI’

anno

catechista

orario

aula

3° anno

ANNANGELA FLORIS

15,30 – 16,30

Oratorio

5° anno

TINA CRISTARELLA

16,00 – 17,00

San Tommaso

5° anno

LUCIANA GIUA

15,30 – 16,30

Casa

5° anno

RITA MURA

16,00 – 17,00

Don Cesare

5° anno

PAOLA NUVOLI

16,30 – 17,30

Lorenzo Perosi

 

 

GIOVEDI’

anno

catechista

orario

aula

2° anno

GIULIO CATGIU

16,30 – 17,30

Don Cesare

3° anno

MIRELLA FALZOI

15,30 – 16,30

Ex Sacrestia

3° anno

MARIA PIRAS

15,30 – 16,30

San Tommaso

4° anno

ANNA PAOLA CASULA

15,30 – 16,30

Don Cesare

4° anno

STELLA SERRERI

17,00 – 18,00

Lorenzo Perosi

6° anno

TINA CRISTARELLA

16,00 – 17,00

Lorenzo Perosi

 

VENERDI’

anno

catechista

orario

aula

2° anno

TONIA USAI - RITA MURA

16,30 – 17,30

Don Cesare

4° anno

GIOVANNA GALA

15,30 – 16,30

San Tommaso

4° anno

CARLA PISANO

15,30 – 16,30

Lorenzo Perosi

 

LABORATORIO DI CATECHESI